Marmo e Circolarità: ricerca, recupero e responsabilità

L’industria lapidea è giunta a un punto di svolta. La crescente urgenza ambientale impone un ripensamento radicale del ciclo produttivo. L’obiettivo di questo approfondimento è presentare lo stato dell’arte e i risultati più avanzati della ricerca scientifica e industriale in merito al recupero e al riciclo degli scarti di lavorazione del marmo, dimostrando come un rifiuto possa diventare una risorsa di altissimo valore aggiunto.

Polveri, limi, fanghi: materiali un tempo considerati rifiuti, possono diventare risorse preziose per nuovi prodotti, grazie a tecnologie, ricerca universitaria e sinergie tra imprese. Ma qual è oggi lo stato dell’arte? A che punto siamo davvero? Quali sono le soluzioni già pronte, e quali i nodi ancora da sciogliere? Abbiamo raccolto in questo articolo una panoramica aggiornata e autorevole dei principali progetti italiani dedicati al riuso degli scarti lapidei.

Quattro progetti di frontiera, presentati in un recente convegno, delineano una roadmap chiara per il futuro circolare del settore.

Progetti per la valorizzazione delle polveri di scarto della lavorazione del marmo: il lavoro della prof.ssa Roberta Bertani (Università di Padova)

Slide di convegno | Marmo e Circolarità

Il primo intervento della conferenza è stato tenuto dalla ricercatrice Roberta Bertani, dell’Università degli Studi di Padova, Dipartimento di Ingegneria Industriale.
Il suo intervento ha illustrato i risultati di un lungo percorso di studio e sperimentazione, condotto in collaborazione con noi, il Consorzio Marmisti della Valpantena, e con Renato Dal Corso, volto a valorizzare i fanghi e le polveri derivanti dalla lavorazione del marmo.

Questi materiali, apparentemente inutilizzabili, si sono rivelati ricchi di potenzialità, sia per le loro caratteristiche chimiche che per le applicazioni che ne derivano.

Caratterizzazione e potenzialità industriali

I campioni, provenienti da cave di Vicenza, Verona e Carrara, sono stati analizzati per composizione chimico-mineralogica (calcite, quarzo, dolomite) e morfologia delle particelle.
Questi dati hanno permesso di testare l’impiego delle polveri di carbonato di calcio in numerosi settori:

  • Additivi per plastiche, vernici, carta e gomma.
  • Compositi polimerici (resine epossidiche) con proprietà meccaniche migliorate.
  • Materiali da costruzione come cementi e asfalti.
  • Farmaceutica, cosmetica e alimentazione animale.

Un esempio significativo è l’utilizzo nei cementi: l’aggiunta di queste polveri può migliorare la resistenza alla compressione, rendendo il materiale più performante e sostenibile.

Reazioni chimiche a basso impatto: chimica verde e cattura della CO₂

Il cuore dello studio riguarda però una serie di reazioni chimiche in acqua e a temperatura ambiente, capaci di trasformare il carbonato di calcio in composti secondari a elevato valore aggiunto.

Tutti i processi prevedono la cattura della CO₂, successivamente trasformata in altri composti utili. Tra i prodotti ottenuti:

  • Cloruro di calcio, usato come antighiaccio più ecologico del comune sale stradale.
  • Carbonato di potassio, impiegato nelle celle a combustibile.
  • Nitrato e fluoruro di calcio, precursori per batterie al litio.
  • Solfati, fosfati, acetati, con impieghi consolidati in molte industrie.

Un modello virtuoso di economia circolare, dove il rifiuto diventa risorsa e ogni scarto viene reimpiegato. Un approccio che dimostra come la circolarità del marmo non sia solo un’opzione ambientale, ma un imperativo geostrategico per l’approvvigionamento di elementi cruciali, come indicato dall’analisi della Prof.ssa Bertani sulla tavola periodica e la scarsità globale delle risorse.

Verso l’industrializzazione

I processi testati sono replicabili su scala industriale, ma richiedono: una normativa chiara in tema di end of waste, investimenti iniziali per impianti di trasformazione, e un cambiamento culturale, superando la diffidenza verso la chimica.

“Parliamo di reazioni in acqua, a temperatura ambiente, con materiali puri e tracciabili, è un’opportunità concreta per generare valore da ciò che oggi è un problema.”

ha ricordato Bertani. 

Lo studio dell’Università di Verona, Isim e Verona Stone District: insieme per ottenere un adesivo per l’edilizia

Presentazione in Marmomac del convegno Marmo e Circolarità

L’intervento di Alfa Marmi ha portato un caso studio aziendale già attivo. In collaborazione con ISIM, Università di Verona e Verona Stone District, l’azienda ha dato vita a un progetto di economia circolare applicata.
Partendo da due scarti di lavorazione: fanghi filtrati tramite filtropressa e cocciami basaltici frantumati (materiali principalmente utilizzati nello stabilimento produttivo), l’azienda ha realizzato, tramite miscelazione, una colla per l’edilizia con buone performance meccaniche, in fase di certificazione anche come materiale impermeabilizzante.

Un modello replicabile

L’approccio del progetto Life ZSW è pensato per essere replicabile da altre aziende del settore. Per passare dal rifiuto al prodotto finito, il processo di trasformazione richiede l’uso di attrezzature specifiche:

  • Filtropressa: per separare l’acqua dai fanghi, riducendo il volume e preparandoli alla lavorazione successiva.
  • Frantoio: per macinare e selezionare i cocciami solidi fino alla granulometria richiesta;
  • Miscelatore: per omogeneizzare gli ingredienti, unendo la parte liquida/limosa a quella solida per creare la formulazione finale del collante.

L’azienda ha mostrato il risultato concreto, dimostrando che è possibile produrre un materiale di costruzione di alta qualità a partire da due sottoprodotti, chiudendo il cerchio dell’economia.

La sfida burocratica del “Non-Rifiuto“

Un aspetto cruciale evidenziato dal relatore è stato il superamento dell’ostacolo burocratico. Sebbene lo sviluppo tecnico del prodotto sia stato rapido, l’iter per l’autorizzazione ha richiesto circa un anno e mezzo.

Il ritardo è stato causato dalla necessità di far comprendere alle autorità e agli enti di controllo che l’operazione non consisteva in un mero “cambiamento di attività aziendale“, ma nella manipolazione e valorizzazione degli stessi prodotti derivanti dalla lavorazione della pietra naturale, trasformandoli legalmente da scarti a risorse (il concetto di End-of-Waste). Questo sottolinea ancora una volta come la volontà di innovare debba inevitabilmente scontrarsi con la necessità di adeguare e semplificare le normative sul riutilizzo dei sottoprodotti industriali.

L’Intelligenza Artificiale al servizio del recupero: progetti dell’Università di Verona

Due persone che presentano una slide, davanti ad una platea di persone sedute

Il dott. Eros Radichi, dell’Università di Verona, ha presentato un nuovo gruppo di ricerca nato nel 2024 con un obiettivo chiaro: affrontare il tema del riuso degli scarti lapidei con approccio multidisciplinare e integrato.

Il team unisce competenze in chimica, geologia, fisica, informatica e intelligenza artificiale, scienza dei materiali. Una squadra multidisciplinare che lavora fianco a fianco per generare risultati concreti e applicabili dalle imprese, grazie all’unione di competenze scientifiche, tecnologiche e operative.

Il dott. Radichi ha sottolineato quanto la complessità del tema richieda un reale lavoro di squadra, dove la ricerca accademica non resta fine a sé stessa, ma dialoga costantemente con i bisogni del territorio e delle aziende che operano nel settore della pietra naturale.

Ha poi passato la parola al prof. Setti, che ha illustrato nel dettaglio il primo progetto.

L’intelligenza artificiale al servizio del recupero dei fanghi di lavorazione

Persona che presenta un progetto di AI applicato al recuperto dei materiali lapidei

Il professor Setti ha presentato il progetto sviluppato dal gruppo di ricerca dell’Università di Verona, nato con un obiettivo ambizioso: reintegrare i sottoprodotti della lavorazione della pietra naturale nell’economia circolare, offrendo alle aziende strumenti concreti per farlo.

Il punto di partenza è stato lo studio di tre possibili ambiti di applicazione dei residui di lavorazione, adesivi, asfalti e cementi, con l’obiettivo di ridurre gli sprechi e generare nuovi prodotti a partire dai fanghi.
Il primo risultato tangibile è il progetto sviluppato insieme a ISIM e Alfa Marmi, che mira a creare un database intelligente per aiutare le aziende a capire come valorizzare i propri fanghi, partendo dall’analisi chimica del sottoprodotto.

“Il concetto è semplice, ma molto potente: dai dati possiamo far emergere nuove possibilità, e farlo in modo automatico.“ 

ha spiegato Setti.

Infatti, il sistema, sviluppato con il contributo informatico dell’ateneo, incrocia i metadati forniti dalle aziende (data, produttore, origine del materiale) con i risultati delle analisi chimiche eseguite da enti certificati.
Su questa base, l’intelligenza artificiale elabora i dati e analizza la normativa italiana ed europea per restituire un risultato immediato sotto forma di “semaforo“:

  • Verde, se il materiale può essere riutilizzato nel rispetto delle normative;
  • Giallo, se sono necessarie alcune modifiche o ottimizzazioni;
  • Rosso, se non ci sono al momento le condizioni per il riutilizzo.

Le aziende potranno così capire in tempo reale quali usi siano possibili per i propri fanghi, o come combinarli con altri materiali per rientrare nei parametri di legge. Il sistema, accessibile via web e attualmente in fase 2 di sviluppo, sarà in grado di suggerire combinazioni ottimali tra sottoprodotti per ottenere nuovi materiali sostenibili.

Un aspetto fondamentale del progetto è la privacy: tutti i dati sono anonimizzati, ma nel caso in cui l’algoritmo individui una possibile “corrispondenza“ utile tra due aziende, sarà possibile previo consenso, attivare un canale di comunicazione diretta, favorendo così collaborazioni reali e nuove opportunità industriali.

Infine, il professor Setti ha mostrato un’ulteriore evoluzione del sistema, sperimentata con Alfa Marmi: grazie all’intelligenza artificiale, è possibile predire il comportamento meccanico del materiale a partire dalla sola analisi chimica.  I primi test hanno già permesso di stimare con buona precisione la porosità dei campioni, aprendo la strada a una nuova generazione di strumenti predittivi per il settore lapideo.

FinalLap: nuove strade per i limi di lavorazione

Persona che presenta un progetto di AI applicato al recupero dei materiali lapidei davanti ad una platea di persone sedute

Il dottor Radichi, proseguendo la panoramica sui progetti in corso, ha presentato FinalLap, un’iniziativa finanziata dalla Fondazione Cariverona che esplora un impiego innovativo dei limi di lavorazione della pietra naturale: il loro riutilizzo come sottoprodotti per la realizzazione di sottofondi stradali.

Un progetto ambizioso, strutturato in quattro fasi operative:

  1. Mappatura territoriale: un primo step ha riguardato la scansione del territorio di Verona e Vicenza, per quantificare la portata del fenomeno e la disponibilità dei materiali residuali.
  2. Analisi normativa: la seconda fase ha comportato un’attenta valutazione del quadro normativo vigente, che presenta limiti molto rigidi per l’impiego di materiali alternativi in ambito infrastrutturale. Un passaggio fondamentale per garantire la conformità e l’adozione concreta dei risultati da parte degli enti preposti.
  3. Sviluppo del mix design con AI: a seguire, il progetto ha puntato sull’esplorazione di metodologie di intelligenza artificiale, in modo simile al database visto in precedenza, per ottimizzare le formule di mix design e costruire materiali dalle prestazioni previste e verificabili. L’AI viene quindi applicata all’analisi dei dati per migliorare l’efficienza e la qualità delle miscele da impiegare come sottofondi stradali.
  4. Produzione e validazione dei materiali: l’ultima fase prevede la realizzazione concreta dei prodotti e la loro validazione tecnica, partendo da modelli predittivi per arrivare a risultati misurabili. I primi test si stanno concentrando, ad esempio, sulla forza di compressione in analogia ai parametri del cemento, utilizzata come caso studio.

“Vogliamo portare i limi da scarto a risorsa utile e tracciabile,“

ha spiegato Radichi, sottolineando l’approccio integrato tra analisi tecnica, intelligenza artificiale e normativa.

Il progetto FinalLap si inserisce in una convenzione quadro più ampia, che ha portato alla nascita del gruppo multidisciplinare dell’Università di Verona, e si affianca ad altri filoni di ricerca complementari. Alcuni di questi estendono il campo applicativo dei materiali trattati (ad esempio, includendo anche materiali come il vetro), altri si focalizzano sull’evoluzione degli algoritmi AI per migliorare l’intero processo.

Nel luglio 2025 è stata inoltre presentata una bozza per un progetto europeo, che potrebbe includere anche l’ambito del recupero degli scarti lapidei. Tuttavia, un nodo cruciale resta la legislazione vigente, in quanto il codice CER relativo al marmo non è ancora incluso nei percorsi semplificati per la gestione dei sottoprodotti.

“Stiamo lavorando su più fronti per superare gli ostacoli normativi e rendere davvero praticabile l’uso dei limi come materiale da costruzione alternativo, in linea con i principi dell’economia circolare.“

ha concluso Radichi.

Un impegno condiviso: la base di lancio per l’innovazione circolare

Questi quattro progetti dimostrano l’esistenza di un robusto ecosistema di ricerca e sviluppo, in grado di affrontare la sfida del recupero degli scarti di marmo su più livelli: dalla chimica di base all’applicazione industriale, passando per l’intelligenza artificiale per l’ottimizzazione e la conformità normativa.

Il Consorzio Marmisti della Valpantena, con l’iniziativa “Marmo e circolarità – ricerca, recupero e responsabilità“ presentata a Marmomac 2025, ha voluto accendere i riflettori su questo cambiamento, aprendo un confronto concreto tra ricerca, industria e istituzioni. Ci auguriamo che questo articolo riassuntivo diventi un punto di riferimento essenziale per un’industria che guarda con convinzione a un futuro a rifiuti zero.

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